“Alla fine si muore” di Ange Fey (2024)

“Forse non possiamo scegliere come e quando morire, ma possiamo scegliere

se onorare la vita che abbiamo vissuto, e le relazioni che ci hanno resi ciò che siamo.”

 

A cura della Dott.ssa Giorgia Sguotti

 

Ci sono libri che non si leggono per trovare risposte, ma per imparare a stare meglio nelle domande. “Alla fine si muore” è uno di questi. Non insegna come non morire, né come rendere la morte meno spaventosa. Piuttosto, accompagna il lettore verso una consapevolezza più difficile e più vera: il punto non è evitare la fine, ma dare senso a ciò che è stato vissuto.

 

Ange Fey affronta il tema della morte con uno sguardo diretto, privo di enfasi e di consolazioni artificiose. La scrittura è essenziale, quasi spoglia, e proprio per questo lascia spazio al lettore: alle sue paure, ai suoi ricordi, alle sue perdite. La morte non viene trattata come un evento lontano, ma come una presenza che attraversa la vita e la rende, paradossalmente, più preziosa.

 

Nel lavoro psicologico incontriamo spesso persone che cercano di “capire” come superare il dolore, come non soccombere alla paura della perdita, come tornare a vivere dopo un lutto. Questo libro suggerisce una prospettiva diversa: forse non si tratta di capire come non morire, né come non soffrire, ma di imparare a essere grati per ciò che è stato, anche quando il dolore è immenso.

 

Essere grati non significa giustificare la perdita, né minimizzarla. Significa riconoscere che ciò che è stato vissuto – una relazione, un amore, una storia – ha avuto valore, indipendentemente dalla sua durata. Questo vale nel rapporto con se stessi, con la propria vita, ma anche nei lutti più devastanti. Persino quando muore qualcuno di immensamente importante per noi, ad esempio un figlio, il dolore non cancella ciò che è stato condiviso. La gratitudine non salva dal dolore, ma può impedirgli di trasformarsi in vuoto assoluto.

 

È una lettura che può accompagnare chi sta attraversando un momento di crisi, ma anche chi sente il bisogno di interrogarsi sul proprio modo di vivere. Un libro che non consola, ma che può aiutare a restare umani davanti all’inevitabile.

 

“Alla fine si muore” non chiede di essere forti, né di andare avanti. Chiede di essere onesti. Con la paura, con il dolore, con l’amore. È una lettura che non consola, ma accompagna. Che non offre risposte, ma crea spazio. Uno spazio in cui è possibile restare, senza dover fuggire da ciò che fa male.