A cura della Dott.ssa Sara D’Agostino
Nella mente del bambino Oggi sappiamo quanto genitori e adulti, nell’esercizio del loro ruolo educativo, influenzano il benessere mentale, sociale ed emotivo del bambino.
Daniel J. Siegel e Tina Payne Bryson, impegnati nella divulgazione di strategie educative efficaci e basate sulle attuali conoscenze neuroscientifiche, definiscono alcuni fondamentali concetti, le cosiddette “tre C del cervello”, quali nozioni essenziali per comprendere ciò che accade nella mente del bambino e orientare atteggiamenti e modalità educative.
1. Il cervello di ogni bambino è in crescita: se le aree cerebrali poste ai piani bassi e deputate alle funzioni e ai processi vitali (respirare, difendersi, regolare il sonno,..) sono ben sviluppate, lo stesso non può dirsi, invece, per le regioni poste ai “piani superiori” del cervello. Molte delle abilità localizzate in queste aree, infatti, sono ancora in via di maturazione e continueranno a svilupparsi per diversi anni.
Non c’è da sorprendersi, quindi, se il bambino manifesta reazioni emotive intense, comportamenti impulsivi, fatica a considerare il punto di vista altrui o a tollerare cambiamenti, perché il controllo emotivo e comportamentale, la capacità di prendere decisioni, l’abilità di insight, l’empatia, la flessibilità e molte altre funzioni dipendono proprio da queste regioni ancora immature. Comprendere questo aspetto, può aiutare l’adulto a limitare le sue aspettative, a mantenere un atteggiamento empatico e a salvaguardare la relazione e la sintonizzazione emotiva nei momenti di maggiore tensione con il bambino, agendo, inoltre, da “cervello esterno”, per sostenere il graduale sviluppo di tutte queste abilità.
2. La seconda scoperta riguarda la capacità del cervello di cambiare continuamente grazie alla sua neuroplasticità. Questa importante evidenza, che interessa sia il cervello del bambino, sia quello dell’adulto, dimostra come ogni esperienza vissuta sia in grado di modificarne significativamente la struttura e il funzionamento.
Infatti, le esperienze che si ripetono frequentemente rafforzano e intensificano le connessioni tra neuroni attivati simultaneamente, consolidando specifici circuiti cerebrali. Ad esempio, bambini che suonano il pianoforte, mostrano aree cerebrali più sviluppate a livello spaziale e sensomotorio, e, dall’altra parte, bambini che hanno subito abusi durante l’infanzia presentano modificazioni cerebrali che comportano una maggiore vulnerabilità psicologica.
La neuroplasticità dimostra quanto sia fondamentale la scelta del tipo di esperienze affettive ed educative che si decide di offrire al bambino.
Anche parlare con il bambino di situazioni dolorose, aiutandolo a comprenderle e attribuire loro un significato, può favorire la creazione di nuove connessioni neurali e sostenere un’elaborazione più integrata e consapevole dell’esperienza vissuta.
3. Infine, il cervello è un organo complesso, formato da diverse parti deputate a specifiche funzioni. Ciò significa che, nelle diverse situazioni, è importante considerare quali aree entrano in gioco.
In particolare, quando un bambino è sopraffatto da emozioni intense sono attivate le aree cerebrali più primitive e profonde, legate alle reazioni emotive e di sopravvivenza. Per riuscire a placare quell’ emotività è necessario chiamare in aiuto le aree superiori, ma questo non è possibile, se prima non ci sintonizziamo con le emozioni del bambino, consentendogli di ritrovare uno stato di calma, che gli permetterà di passare al piano riflessivo e, successivamente, agire un intervento di confronto e risoluzione congiunta.
Se, invece, rispondiamo alle emozioni forti con le nostre emozioni forti, cioè con minacce, punizioni e ordini, continuiamo ad alimentare le regioni inferiori del cervello, impedendogli di accedere alle funzioni di gestione e regolazione emotiva.
Un esempio di strategia applicata a questo concetto è quella di “denominare per dominare”: insegnare al bambino a dare un nome all’emozione è sufficiente affinché questa si abbassi di intensità, favorendo l’attivazione della corteccia prefrontale ventrale.
Ricordare le tre C è quindi un ottimo modo per provare a mettere in atto azioni educative consapevoli, soprattutto nei momenti più difficili e frustranti, senza dimenticare che siamo esseri umani e l’educazione non richiede perfezione, ma responsabilità, disponibilità a riparare gli errori e capacità di continuare a costruire una connessione autentica con il bambino.
Bibliografia:
D. Siegel & Tina Payne Bryson “La sfida della disciplina” Raffaello Cortina Editore.
D. Siegel & Tina Payne Bryson “12 strategie rivoluzionarie per favorire lo sviluppo mentale del bambino.” Raffaello Cortina Editore.