Oltre ciò che si vede: la finestra di tolleranza

A cura della Dott.ssa Elisa Bragotto

 

Penso che la gamma delle sfumature emotive sperimentabili da un essere umano sia davvero vastissima e che il sentire non sia sempre facilmente esprimibile in prosa, tant’è che artisti di ogni sorta (poeti, pittori, musicisti…) hanno da sempre tentato di plasmare e poi navigato forme comunicative “altre”, in grado di rendere condivisibili i molteplici linguaggi dell’anima.

 

Esprimere e comunicare come ci si sente può diventare ancor più complicato quando, talvolta, per primi non si riesce a comprendere esattamente cosa si sta provando in una determinata situazione, ad esempio in quei casi in cui si ha la sensazione di “perdere il controllo” e magari si finisce addirittura per non riconoscersi più o per essere etichettati come “troppo sensibili” o “esagerati”:

 

“Mi dicono spesso che sono proprio esagerato… e forse hanno ragione”

 

“Mi sento troppo sensibile, non posso fare sempre così…ma è come se fosse più forte di me”

 

“Non ho neanche tempo di pensare…la rabbia parte in automatico. Quasi non mi riconosco…e poi mi sento in colpa”

 

Alcune modalità di reazione che possono essere vissute come fonte di sofferenza ed essere associate, ad esempio, a sentimenti di colpa, vergogna o inadeguatezza, possono tuttavia aver rappresentato nella storia personale l’unica maniera possibile per affrontare un pericolo, tutelare un legame o proteggere se stessi. Colpa e vergogna rischiano però di veicolare narrazioni di Sé come “difettati” (“Ma allora sono sbagliato? Cos’ho di sbagliato?”), impendendo l’emergere di domande più utili a comprendere il senso di quello che sta succedendo internamente, come ad esempio: “Che significato ha questa reazione per me? Cosa mi comunica? Cosa mi sta permettendo di proteggere? Di che cosa potrei avere bisogno?”. Queste domande restituiscono uno sguardo meno giudicante verso sé stessi, più curioso e volto ad una maggior comprensione di quanto accade.

 

In questa direzione, va la metafora della “finestra di tolleranza” proposta dallo psichiatra Daniel J. Siegel , che la descrive come quella zona di attivazione psicofisiologica entro la quale il sistema nervoso riesce a regolare ciò che accade, permettendo di sentire le emozioni senza esserne travolti e mantenendo quindi la capacità di riflettere, comunicare, entrare in relazione con gli altri e scegliere come agire.

L’ampiezza di questa finestra è molto personale e può cambiare nel corso della vita. Ad esempio, pare che nelle persone che hanno vissuto esperienze traumatiche precoci o ripetute, sia tendenzialmente più ristretta, motivo per cui anche stimoli generalmente considerati di lieve impatto, possono essere facilmente interpretati come segnali di pericolo e portare in tempi brevi alle reazioni tipiche della fuoriuscita dalla soglia, ossia:

 

 

 

Pur in modi diversi, entrambe le reazioni non sono sinonimo di debolezza o “difetti”, bensì comunicano funzioni protettive, spesso appunto apprese, allontanando (anche solo temporaneamente) da esperienze percepite come emotivamente insostenibili. La metafora della finestra di tolleranza può quindi essere utile ad orientare un lavoro in cui guardare oltre la reazione, permettendo di comprendere ciò che l’alimenta con uno sguardo rispettoso, imparando a riconoscere segnali (anche legati a specifiche attivazioni fisiologiche) ed emozioni per ritrovare una regolazione. Non viene svalutato ciò che appare, ma si prova ad ascoltare più a fondo il bisogno che quell’emozione custodisce.

 

Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e cerca di amare le domande, che sono simili a stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera

– R. M. Rilke

 

 

Per un approfondimento sul lavoro di D. Siegel rispetto al concetto di finestra di tolleranza https://www.stateofmind.it/2018/05/siegel-finestra-di-tolleranza/