QUANDO SI DIVENTA ADULTI?

Dott.ssa Giorgia Mainardi

“Non si cresce se non ci si differenzia,

ma non ci si può differenziare se non si appartiene.”

Monica Vella e Danilo Camillocci

Quando è che si comincia a parlare di se stessi definendosi come “donna” o “uomo”, e non più come “ragazzo/a”? Quando è che si comincia a sentire sulle spalle il famoso “peso della responsabilità”? Ma poi…cosa significa davvero potersi definire individui adulti?

Spesso, per convenzione, la fase dell’adultità viene indicativamente attribuita a delle tappe di vita, passaggi simbolici che ci fanno fare i conti con noi stessi. Immaginiamo di fare a diverse persone la seguente domanda (che potete peraltro fare anche a voi stessi): 

Quando per la prima volta hai sentito di essere diventato adulto?

Probabilmente molte risposte avranno a che fare con dei passaggi significativi che avrebbero psicologicamente sancito l’entrata nel fatidico mondo degli adulti: qualcuno potrebbe identificare l’inizio della propria fase adulta nell’atto di uscire di casa; altri potrebbero sentirlo nella scelta di sposarsi con il proprio partner; altri potrebbero collegare la sensazione ad un qualche risultato raggiunto in autonomia, sia esso più “ufficiale” – come l’aver preso la patente o l’essersi laureati – o più quotidiano ed intimo – come l’aver aperto il proprio conto in banca o l’aver fatto un viaggio da soli; altri ancora, potrebbero identificare quel particolare momento in occasione di un compleanno (basti pensare a quante volte si sente il peso dei “fatidici 30 anni”, come se rappresentassero per la società una sorta di iniziazione ad una nuova fase di vita!).

Eppure, se da una parte le convenzioni ci aiutano a scandire il ritmo della nostra vita, diventare adulti è una faccenda piuttosto complessa, in cui, ahimè…esse non sono tutto. Sottolineo il verbo diventare, perché la parola contiene in sé l’idea di processo, di trasformazione, di “diventare altro da”. E il processo di cui si parla, più che essere concreto e sancito da tappe esterne, è prettamente di origine interna, psichica. Facciamo un esempio: quante volte abbiamo sentito dire – o noi stessi abbiamo detto a proposito di qualcuno – una frase del tipo “quello/a è rimasto/a un eterno/a adolescente!”, riferendosi ad una persona convenzionalmente considerata adulta? E’ molto comune, infatti, che individui che dovrebbero aver effettuato determinati passaggi evolutivi rimangano in realtà imbrigliati all’interno di una vita che non corrisponde esattamente all’età anagrafica che hanno. 

Ma come mai questo accade?

Per cercare di dare una risposta a questa complessa domanda, dobbiamo prima fare qualche salto indietro, nella fase dell’adolescenza: questa fase, che molti genitori nel parlare dei loro figli spesso definiscono usando aggettivi come “difficile”, “ingestibile”, “burrascosa”, “ribelle”, è di fondamentale importanza per permettere all’individuo il successivo passaggio verso l’età adulta. In questa sede non tratteremo nello specifico tale fase, ma se volessimo sintetizzarla attraverso due parole chiave, esse sarebbero “dipendenza” e “autonomia”. 

Ma come? Ma non sono due parole opposte l’una con l’altra?”. E’ esattamente questo il punto: l’adolescente, per poter diventare un individuo adulto e responsabile di se stesso, ha bisogno di oscillare costantemente attraverso queste due dimensioni: dico bisogno, perché senza una delle due è molto probabile che il processo adolescenziale non vada a buon fine, con il risultato che la persona entrerà in una nuova fase, quella del giovane adulto (che convenzionalmente coincide con un’età di circa 20-24 anni) senza aver prima “sbrigliato” alcuni nodi e fatto determinate esperienze.

Cosa significa, concretamente, tutto questo? Significa che l’adolescente avrà bisogno (contemporaneamente!) sia di sentire un’appartenenza alla propria famiglia, ovvero di potersi definire attraverso la propria storia d’origine e i modelli relazionali che vengono tramandati, sia di potercisi differenziare, ovvero di poter cominciare a mettere in atto un processo per il quale immette delle differenze rispetto alla storia stessa, nel tentativo di trovare anche una dimensione di individualità.

Se questo pendolo oscilla eccessivamente dalla parte dell’autonomia, è probabile che quel/quella ragazzo/a diventerà un adulto che, non avendo sufficientemente sperimentato un certo grado di accoglienza e appartenenza alla famiglia, avrà imparato a “gestirsi da solo”. Autonomo, certo, ma non adulto nel senso autentico e profondo del termine, poiché si porterà dentro una ferita abbandonica, una “mancanza di radici”, un senso di orfanilità, che nella scelta del partner lo porterà, ad esempio, a ricercare qualcuno da cui “farsi adottare”, non solo da lui ma anche che dalla sua famiglia d’origine.

Se invece il pendolo oscilla eccessivamente sul versante dell’appartenenza…il risultato è tendenzialmente opposto: il/la ragazzo/a entrerà nel mondo adulto portandosi addosso come una sorta di colla vischiosa, che lo riporta costantemente dentro la ragnatela della famiglia. Sono persone che descrivono la famiglia come eccessivamente richiedente, in cui miti, valori e modalità relazionali lasciano poco spazio alla possibilità di metterli in discussione attraverso una sana ribellione, tipica dell’adolescenza, in quanto la ribellione è vissuta come sinonimo di tradimento. Ma, paradossalmente, potrebbero essere anche individui che raccontano della propria famiglia come “perfetta, in cui non mancava niente”, e in cui quel “non mancava niente” è proprio il problema, perché hanno imparato poco rispetto al come cavarsela da soli. Rispetto ai primi, hanno dunque ricevuto un “troppo amore”, che li porterà probabilmente a ricercare partner da cui ricevere lo stesso trattamento gratificante e compiacente.

Insomma, come scrive Ameya Gabriella Canovi (2023), nel suo libro “Di troppa (o poca) famiglia”: “troppa o tanta, poca o niente, con la nostra famiglia e le nostre origini ci ritroveremo a fare a botte, i conti, oppure inchini e gesti d’affetto, se siamo fortunati. […] Gli eccessi e le carenze restano tatuati, dentro di noi. […] Troppo sostegno può trasformarsi in troppo zucchero, che diventa colloso ed invischiante e non permette ai singoli di individuarsi. Troppo poco appoggio o coordinamento rischia invece di creare un ambiente smembrato e senza forze.

Il cosiddetto processo di differenziazione, dunque, inizia nell’adolescenza e ci accompagna per molto più tempo di quanto pensiamo: per questo motivo non è possibile ridurlo ad un “semplice” passaggio di vita! Si tratta infatti di un processo che, perché avvenga adeguatamente, dev’essere messo in atto a più livelli: non ha a che fare (solo) con il singolo, ma con l’intero sistema familiare attorno a lui. Differenziarsi significa rispondere di sé, in termini di pensieri, emozioni ed azioni, a partire dalla comune appartenenza alla storia familiare, e si snoda su due versanti: uno etico, che concerne l’aspetto della responsabilità personale, ed uno affettivo, che ha a che fare con la capacità di saper affrontare il dolore del distacco. Solo attraverso questo processo separativo nasce la vera capacità di autonomia, intesa come capacità di distinguere tra sé e l’altro, di riflettere su di sé, di mettersi nei panni dell’altro e di rispondere di se stessi (Cigoli e Scabini, 2000). 

Perché coinvolge l’intero sistema? Perché la capacità di differenziarsi di ognuno di noi dipende fortemente dal livello di differenziazione che persiste all’interno della nostra famiglia d’origine: quanto più i membri della famiglia sono in grado di mantenere dei confini psicologici chiari e flessibili, interesse e responsabilità per quanto accade all’altro (non intromissione!), e giusta vicinanza (non fusione, né disimpegno!), tanto più la famiglia nel suo complesso riuscirà ad accettare i mutamenti provocati dell’evento critico che questa fase comporta. 

Poterci considerare persone adulte, dunque, non dipende esclusivamente da noi, ma anche da quanto la nostra famiglia – e i nostri genitori, in particolare – è in grado di accettare questo passaggio (qui non entriamo nel merito della questione, ma è importante sapere che questa capacità di accettazione dipende a sua volta dalla storia dei nostri genitori: quanto essi hanno potuto differenziarsi dalla loro famiglia? Quanto, da ragazzi, sono stati riconosciuti e validati nelle loro capacità, o quanto, al contrario, sono stati eccessivamente visti come troppo, o troppo poco, autonomi e capaci di andare nel mondo?). 

Quali sono, dunque, i cosiddetti “compiti di sviluppo” che ogni genitore dovrebbe mettere in atto in questa fase? Essi variano, a seconda che si parli dei genitori in quanto coppia coniugale, in quanto figli a loro volta, o in quanto genitori stessi:

  • In quanto coppia, questa è la fase in cui i due possono finalmente permettersi di re-investire sul loro rapporto coniugale, riprendendo maggiormente relazioni amicali e sociali, oltre che dedicandosi maggiormente ai propri interessi personali;
  • In quanto figli, dovranno accettare il processo di invecchiamento della generazione precedente (quella dei loro genitori, per intenderci), investendo maggiormente sul ruolo di cura;
  • In quanto genitori, hanno il compito di autorizzare e spingere i propri figli verso una piena assunzione di responsabilità adulta, sia in termini etici – aspetti di lavoro e di studio – sia in termini affettivi, sviluppando una consapevolezza emotiva dalle quali conseguiranno poi gli aspetti generativi (rispetto al concetto di “generatività”, è bene fare un piccolo chiarimento, poiché con questo termine non si intende solamente l’atto di generare un figlio: si può essere generativi in moltissimi modi, non per forza associati al generare nel senso stretto del termine!).

Ma allora, si potrebbe pensare, se le cose stanno così, se questo passaggio così complesso è molto influenzato dalle modalità della propria famiglia…quanto spazio di manovra ha il singolo individuo? Non dobbiamo mai dimenticare che stiamo parlando di un processo che riguarda l’intero sistema, al cui interno il singolo c’è eccome! A prescindere dunque dalle specifiche e uniche modalità della famiglia dalla quale si proviene, ogni persona, per poter individuarsi, deve necessariamente superare quella fase di completa dipendenza (non solo economica o gestionale, ma soprattutto emotiva!) per poter costruire un’identità che contenga al suo interno sia aspetti propri della storia familiare di provenienza, sia aspetti di novità, unici per ciascuno di noi. 

Perché questo accada, è necessario che ognuno di noi faccia i conti con i concetti di lealtà e di tradimento. Durante l’infanzia, i figli hanno bisogno di sperimentare con il genitore un legame continuativo e sicuro, da cui dipendere completamente per il soddisfacimento di qualsiasi tipo di bisogno; questa forma di amore totalizzante tipico della fase infantile ha senso nella misura in cui è funzionale al mantenimento del legame, poiché è garanzia di accudimento (Ameya Canovi, 2023). E’ dunque una fase di vita in cui la lealtà al sistema familiare è indiscutibile: non sarebbe pensabile per un bambino metterla in discussione, dal momento che è solo dal genitore che dipende la sua crescita! Tuttavia, con il passare del tempo, la lealtà al sistema ha bisogno di essere messa in discussione: ciò che prima era vitale e funzionale al benessere, con il tempo può diventare imbrigliante e bloccante, nella misura in cui rimane immutato e rigido ad una modalità passata. Ecco che, accanto al concetto di lealtà, comincia a farsi spazio quello di tradimento, inteso non nella sua accezione negativa, quanto piuttosto come un processo per il quale il singolo si legittima a prendere delle sane distanze da tutte quelle modalità relazionali che non desidera più portare all’interno del suo “zaino esperienziale”.

Insomma, se volessimo ora provare a rispondere a quella domanda iniziale “quando si diventa adulti?”…si potrebbe dire che forse, un vero e proprio quando non esiste: diventare adulti significa riuscire a danzare tra appartenenza e separazione, ed è un movimento che perdura per tutta la vita. A volte questa danza può essere caotica, a volte segue un ritmo più lento, a volte diventa leggiadra e altre volte ancora più goffa e scoordinata…ma, in quanto tale, contiene in sé l’idea di movimento. E fintanto che esiste movimento, esiste possibilità di crescita: ecco che in questo caso la famiglia diviene quel luogo privilegiato per la formazione della propria identità, riuscendo ad offrire un contesto sicuro in cui sperimentare le differenze…così che la nostra psiche possa diventare stabile ma al contempo sufficientemente elastica per accogliere ulteriore crescita. Al contrario, la peggior minaccia alla nostra crescita è l’interruzione della danza: laddove c’è irrigidimento, c’è blocco (che solitamente viene manifestato con un sintomo), e laddove c’è blocco non c’è individuazione, perché permane un’adesione acritica ai valori familiari (Andolfi, 1988).

Essere adulti, insomma, è essere liberi di scegliere entro i limiti: ognuno di noi esiste in uno spazio, in un tempo e in una rete di relazioni, ma proprio questi limiti contestuali arricchiscono la nostra libertà, facendole assumere colori diversi a seconda dei valori e dei significati che porta con sé…rendendo ogni storia, Unica.