Ansia sociale: quando la paura del giudizio “blocca” la vita

Dottoressa Vanessa Zoppello

Uno dei privilegi del mio lavoro è quello di poter entrare in punta dei piedi nella vita delle persone che si rivolgono a me e di poter vedere le loro fragilità. Ho potuto riflettere su quanto la vita dei giorni nostri stia influendo sul farci sentire sempre più dipendenti da uno sguardo di approvazione che si pone come “calmante” alla nostra paura di non essere mai abbastanza che possiamo tradurre in un “non essere abbastanza vicini” agli standard irrealistici che il mondo ci impone come modelli di perfezione a cui arrivare.
Proprio nella pratica clinica ho notato come questi standard stiano influenzando la vita delle persone, soprattutto degli adolescenti, nell’amplificare delle fragilità narcisistiche che possono generare una profonda sofferenza e preoccupazione costante per lo sguardo dell’altro influenzandone il modo di vivere le relazioni interpersonali e le situazioni sociali. Riporto a titolo esemplificativo delle frasi che spesso riscontro e che a mio avviso rappresentando una parte di questa problematica.

“Arrossisco quando devo parlare davanti agli altri perché ho timore si cosa penseranno di me.”
“Ho il terrore di essere giudicato, per questo evito certe situazioni.”
“Mi sento osservata, come se tutti notassero ogni mio errore.”
“Non me la sento di intervenire in classe perché ho paura di fare una domanda stupida”

Questi sono solo alcuni esempi di una sofferenza che si nasconde dietro a ciò che a prima vista potrebbe sembrare timidezza ma che in realtà ha delle radici più profonde: l’ansia sociale.

Cos’è l’ansia sociale?
L’ansia sociale – anche definita fobia sociale – è molto più della semplice timidezza. Si tratta di una forma specifica di ansia caratterizzata da una paura intensa e persistente del giudizio altrui in situazioni sociali o prestazionali. Chi ne soffre teme di essere umiliato, criticato o semplicemente “fuori posto”, e per questo tende a evitare contesti relazionali, anche quotidiani (APA, 2022).

Questa condizione può compromettere significativamente la qualità della vita: relazioni, ambito scolastico, lavorativo, momenti di svago. Tutto può diventare fonte di tensione, anticipazione ansiosa,
autosvalutazione. Sentirsi costantemente preda di un giudizio negativo porta la persona che soffre di ansia sociale ed attuare degli schemi comportamentali ascrivibili ad una profezia che si autoavvera: la paura dello sguardo negativo verso la propria persona comprende la paura per il conseguente rifiuto. La persona affetta da tale tipologia di ansia specifica potrebbe evitare alcune situazioni sociali o di esporsi in un rapporto interpersonale percependosi così distante dal proprio desiderio di inclusione ed essendo lui stesso ad isolarsi per tutelarsi confermando, inconsciamente, il pensiero di non essere “voluto”.

Come si manifesta?
L’ansia sociale può presentarsi con una combinazione di:

Al centro c’è la paura di essere esposti e valutati negativamente, spesso alimentata da vissuti di vergogna e insicurezza profondi (Schimmenti, 2011).

Uno sguardo psicodinamico all’ansia sociale
Dal punto di vista della psicoterapia dinamica, l’ansia sociale non è semplicemente un disturbo da “curare”, ma un messaggio: esprime un conflitto interno, spesso inconscio, tra il desiderio di relazione e la paura del rifiuto. In tal senso i sintomi con cui il disturbo si manifesta si pongono solo come la punta dell’iceberg che ci indica che sotto il livello dell’acqua vi è qualcosa di più profondo che continua a generare quelle sensazioni spiacevoli. Il focus d’intervento diviene il conflitto e non il sintomo in quanto pur procedendo all’eliminazione della sintomatologia, la permanenza del conflitto porterà al ripresentarsi della sintomatologia in altri momenti e situazioni. In questa ottica, il sintomo non è il “problema” ma una chiave di lettura del mondo interno della persona (McWilliams, 2011).

Il conflitto su cui si sviluppa il disturbo può derivare da esperienze relazionali precoci in cui l’individuo si è
sentito inadeguato, esposto o non riconosciuto (Fonagy & Target, 2003). La vergogna diventa così una
difesa contro un’angoscia più profonda: quella di non essere accettati per ciò che si è. L’esposizione mette la persona nella condizione di confermare ciò che nello sviluppo ha generato un segno nella percezione di sé stesso attraverso il non riconoscimento e attraverso questa visione la vergogna diviene una protezione limitando la possibilità di ricevere dei rifiuti. Tale difesa risulta disadattiva in quanto mantiene la persona all’interno del conflitto e delle dinamiche interne che possono scontrarsi con le necessità della vita di tutti i giorni ed è proprio in tale momento che la persona potrebbe sentire la spinta per cercare aiuto.

Come può aiutare la psicoterapia?
Un percorso psicoterapeutico – in particolare di tipo psicodinamico – può offrire uno spazio sicuro dove:

Nella relazione terapeutica si può sperimentare un nuovo modo di stare con l’altro: non più in funzione del giudizio, ma in un clima di accoglienza e autenticità ponendosi come esperienza emotiva correttiva
(Stolorow, Brandchaft & Atwood, 2001).

Per concludere si può considerare l’ansia sociale come una gabbia silenziosa, che limita la libertà di
esprimersi e relazionarsi della persona. Ma è anche un segnale – a volte doloroso – del profondo bisogno
umano di essere visti, accolti e riconosciuti.

Attraverso un lavoro psicoterapeutico è possibile dare voce a questa sofferenza, trasformarla, e recuperare la possibilità di vivere relazioni più libere e autentiche.

 
Riferimenti bibliografici
American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.; DSM-5-TR). Washington, DC: Author.

Clark, D. M., & Wells, A. (1995). A cognitive model of social phobia. In R. G. Heimberg, M. R. Liebowitz, D. A. Hope & F. R. Schneier (Eds.), Social phobia: Diagnosis, assessment, and treatment (pp. 69–93). New York: Guilford Press.

Fonagy, P., & Target, M. (2003). Psicoanalisi e teoria dell’attaccamento. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Kernberg, O. (2006). La personalità e lo sviluppo del Sé. Milano: FrancoAngeli.

Leichsenring, F., & Leibing, E. (2003). The effectiveness of psychodynamic therapy and cognitive behavior therapy in the treatment of personality disorders: A meta-analysis. American Journal of Psychiatry, 160(7), 1223–1232. https://doi.org/10.1176/appi.ajp.160.7.1223

McWilliams, N. (2011). Psicopatologia psicoanalitica: Una guida alla diagnosi terapeutica. Milano: Raffaello, Cortina Editore.

Schimmenti, A. (2011). Vergogna e ritiro sociale: una prospettiva psicodinamica. Psicoterapia e Scienze Umane, 45(2), 205–224.

Stolorow, R. D., Brandchaft, B., & Atwood, G. E. (2001). Psicoanalisi intersoggettiva e vita emotiva. Milano: Raffaello Cortina Editore.