Genitori e figli: la cura della comunicazione

Dott.ssa Sara D’Agostino

“Quando una persona è capace di provare e di comunicare a un’altra una sincera accettazione, essa può diventare di grande aiuto. La sua accettazione dell’altro così com’è è determinante per costruire una relazione in cui l’altro possa crescere, maturare, operare cambiamenti costruttivi, imparare a risolvere problemi, tendere a un equilibrio psicologico, diventare più produttivo e creativo, realizzare pienamente il proprio potenziale.”

“Di tutte le conseguenze dell’accettazione, la più importante è che il figlio si sente amato. Accettare l’altro così com’è, è veramente un atto di amore; sentirsi accettati significa sentirsi amati.” 

Thomas Gordon

Daniel Stern, noto psichiatra, psicanalista ed esperto di psicologia infantile, definisce sintonizzazione affettiva la modalità con cui la madre percepisce gli stati affettivi del neonato e, riflettendo tali vissuti, è in grado di offrire risposte in linea con i suoi bisogni. Questa esperienza precoce di legame e condivisione permette al bambino, già a  partire dai sei mesi di vita, di sentirsi sicuro, validato nell’esprimere le sue emozioni e fiducioso che queste possano venire accolte dagli altri. Successivamente, tutto ciò gli consentirà di sviluppare sicurezza in sé e di costruire legami stabili con le persone. 

Una relazione caratterizzata da sintonizzazione rappresenta quindi una buona base per il benessere di un bambino ed è anche la prima esperienza di comunicazione orientata all’ascolto che sperimenta come figlio. 

Con il tempo, i genitori si trovano ad affrontare alcune difficoltà nella relazione con i figli, interrogandosi con sconforto sul motivo per cui questi ultimi sembrano non ascoltarli più. A questo proposito, lo psicologo Thomas Gordon invita a riflettere proprio sulla qualità della comunicazione instaurata nella relazione.

Secondo Gordon, è esperienza comune per un genitore quella di sentirsi chiamato a dover ricoprire un ruolo, assumendo uno stile direttivo e di potere rispetto al figlio o, alternativamente, utilizzando uno stile permissivo. L’assunzione di un ruolo genera, tuttavia,  forme di comunicazione inefficaci tra genitori e figli, che spesso rischiano di diventare impositive, basate sul tentativo di offrire soluzioni e poco autentiche.  

I bambini, ad esempio, sono in grado di percepire con facilità l’incoerenza tra il contenuto verbale e gli aspetti non verbali della comunicazione: se un genitore dice loro: “va tutto bene”, con postura minacciosa e voce rigida, essi coglieranno immediatamente la poca autenticità e la dissonanza nel messaggio trasmesso.

Per evitare tutto questo, Gordon propone come alternativa l’utilizzo di una comunicazione costruttiva, basata sull’ascolto attivo.

L’ascolto attivo consiste nell’accogliere in modo non giudicante i bisogni espressi dal bambino, con interesse, rispetto ed empatia. Nell’ascolto attivo il compito non è più quello di dare risposte in quanto genitore che ricopre una parte, ma quello di comprendere e soffermarsi sulle emozioni che il bambino sta cercando di trasmettere, anche se dolorose. Attraverso l’ascolto attivo viene data al bambino l’opportunità di percepirsi sentito ed amato, nutrendo maggior fiducia nel genitore e in sé stesso, grazie alla possibilità di esprimersi e di mettersi in gioco affrontando le situazioni difficili. 

L’ascolto attivo è quindi uno strumento che vuole supportare e rispettare il bambino, quale individuo portatore di bisogni e di emozioni specifiche, favorendo una relazione di connessione con il genitore e di ricerca condivisa di soluzioni attraverso un dialogo aperto.

Affinchè ciò avvenga, anche il genitore deve sentirsi rispettato nella sua totale autenticità. Come sottolinea Gordon, non è possibile essere genitori efficaci mettendo da parte sé stessi e il proprio mondo interiore, cioè annullandosi e dimenticandosi di essere umani. È infatti naturale nutrire sentimenti di accettazione o di non accettazione verso i comportamenti dei figli ed è impossibile essere coerenti in ogni situazione, sia come individui che come coppia. Inoltre, riconoscere le proprie emozioni ed esprimersi con sincerità come genitore permette ai figli di apprezzare la spontaneità, poiché, come anticipato, essi possono essere molto abili nel percepire atteggiamenti forzati o di falsa accettazione.

L’errore più grande per un genitore perciò, consiste proprio nel cercare di aderire a ruoli prestabiliti, come quello del genitore vincente, “io so cosa è meglio per te”, del genitore perdente, “non posso frustrare i tuoi bisogni”, o del genitore indeciso

Ogni genitore, prima di tutto, deve quindi ricordarsi di essere se stesso, nella possibilità di essere incoerente, di non essere sempre all’altezza e di non amare incondizionatamente tutti i comportamenti del figlio. Vivere emozioni contrastanti nei confronti dei figli è naturale e non mette in dubbio il sentimento, in astratto, verso di loro. 

Come può a questo punto un genitore, nel rispetto della sua autenticità e dell’esercizio dell’ascolto attivo, riuscire a farsi ascoltare ? 

La modalità indicata da Gordon è quella di utilizzare la tecnica del messaggio io, che consiste nel comunicare in che modo fa sentire il comportamento del figlio e perché tale comportamento fa stare male. Se, di fronte ad un problema o ad un bisogno, il genitore, anziché imporre soluzioni a suo vantaggio o esprimere reale disapprovazione, sottolinea come si sente in prima persona rispetto ad un comportamento, questo permetterà una comunicazione aperta e indurrà anche il figlio alla condivisione. Per fare un esempio, dire: “mi sento preoccupato perchè non ti ho vista tornare a casa e vorrei sentirmi ascoltato quando ti chiedo di essere avvisato” susciterà reazioni molto diverse e non difensive/aggressive rispetto ad un’affermazione come: “non mi ascolti e torni sempre quando vuoi, sei un’egoista”, dove l’attenzione è posta non sull’ io, ma sul tu

Il messaggio io favorisce anche il terreno fertile per poter riflettere insieme su un comportamento, considerandolo modificabile, anziché incorrere nel rischio di assegnare un’etichetta fissa alla persona. Adottare formulazioni che descrivono un comportamento come: “noto che stai facendo fatica nel tenere in ordine i giochi”, trasmette l’idea che un comportamento alternativo sia possibile, mentre affermazioni come: “sei un disordinato”  generano sfiducia nel fatto che la persona possa agire in modo diverso rispetto a come è già stata identificata. 

Non va dimenticato, infine, che: “Sebbene i ragazzi preferiscono essere accettati, sono comunque in grado di gestire costruttivamente la disapprovazione dei genitori, quando questi inviano messaggi chiari e onesti che corrispondono a sentimenti autentici. Ciò non soltanto faciliterà il compito ai ragazzi, ma li aiuterà a considerare i genitori come persone autentiche: persone limpide e umane con cui è piacevole entrare in rapporto.”

In sintesi, il messaggio io permette di esprimermi come genitore favorendo l’accoglienza all’ascolto da parte dei figli, mentre l’ascolto attivo consente di comprendere problemi e bisogni dei figli. Tuttavia, perché si instauri un dialogo positivo è necessario anche non cadere nella trappola delle cosiddette “barriere della comunicazione“. Le barriere della comunicazione, individuate da Thomas Gordon, sono tipologie di risposte che impediscono un confronto aperto e autentico tra le persone. Tra queste, vi sono:

  1. Ordinare, dirigere, comandare: frasi come “Devi fare come dico io” o “Fai subito quello che ti ho detto” impongono un’autorità che chiude il dialogo e può generare opposizione o risentimento.
  2. Minacciare, ammonire, intimidire: affermazioni come “Se non fai i compiti, niente TV” possono indurre il bambino a obbedire per paura piuttosto che per comprensione.
  3. Fare la predica, moralizzare: espressioni come “Dovresti sapere che…” o “Sarebbe meglio che ..” rischiano di far sentire il bambino giudicato.
  4. Dare consigli, suggerire soluzioni: sebbene a volte sia utile fornire indicazioni, dire “Io al tuo posto farei così” senza prima ascoltare il punto di vista del figlio può risultare limitante. 
  5. Argomentare: cercare di influenzare il figlio con fatti, argomentazioni, ragionamenti, informazioni o con le proprie opinioni “ se molli ora, ti perderesti la parte più bella dell’università”
  6. Giudicare, criticare: frasi come “Sei sempre il solito!” etichettano il bambino e minano la sua autostima.
  7. Umiliare, ridicolizzare: frasi come “ecco il fannullone” possono indurre il figlio a sentirsi svalutato. 
  8. Elogiare in modo eccessivo o inappropriato: dire “Sei il migliore di tutti” può sembrare un incoraggiamento, ma rischia di creare aspettative irrealistiche e di far percepire il riconoscimento come non autentico.
  9. Diagnosticare, analizzare i comportamenti altrui: affermazioni come “Lo fai solo per attirare l’attenzione” possono far sentire il bambino non compreso nei suoi reali bisogni.
  10. Consolare, minimizzare: dire “Non preoccuparti, andrà tutto bene” non aiuterà il bambino ad approfondire le sue emozioni, distraendolo dal problema e dalle difficoltà. 
  11. Inquisire, interrogare, mettere in dubbio: cercare ragioni, motivi cause “dove hai sentito questa idea?” senza dare credibilità al figlio genera sfiducia. 
  12. Cambiare argomento, fare sarcasmo: distogliere l’attenzione del figlio dal problema “lascia stare, come va invece a calcio?” può farlo sentire non accolto. 

In conclusione, i contributi di Gordon, adottati anche in molteplici programmi di Parent Training, permettono di riflettere sul potere che la comunicazione ha nel determinare relazioni positive tra genitori e figli. È chiaro che esistano anche situazioni di conflitto, o circostanze per cui diventa necessario, come genitori, dare dei limiti, tuttavia anche in questo caso possono essere messe in atto modalità non impositive e collaborative. Infatti, persistere nella logica che in ogni discussione vi debba essere un vincitore e un perdente tra genitore e figlio può generare risentimento, insicurezza, umiliazione e ostilità. Dall’altra parte, grazie alla comunicazione efficace, genitori e figli sono motivati a trovare una soluzione accettabile per entrambi, nonostante l’esistenza del naturale disequilibrio di forze presente.

Il conflitto non è quindi da evitare mai a priori, poiché sano nella misura in cui ogni parte esprime bisogni differenti, tuttavia imporre punti di vista non può essere mai favorito rispetto ai tentativi di negoziazione

Come genitori, abbiamo quindi la capacità di poter creare un ambiente accogliente e rispettoso, grazie alla possibilità di aprirsi all’ascolto del mondo interiore dei figli, rispettando sé stessi: solo in questo modo possiamo costruire una relazione caratterizzata dialogo sincero, autenticità e profonda connessione con i nostri figli. 

Riferimenti bibliografici: 

Fonte iconografica: