Dottoressa Roberta Michelazzo
Il gioco rappresenta uno degli strumenti educativi più potenti e, allo stesso tempo, più sottovalutati. Spesso viene considerato come un semplice passatempo o un’attività accessoria, da concedere solo dopo che il “vero” apprendimento è avvenuto. In realtà, il gioco è esso stesso apprendimento. È attraverso il gioco che il bambino esplora il mondo, comprende le relazioni, sviluppa competenze e costruisce la propria identità.
Le teorie pedagogiche più influenti del Novecento, da Jean Piaget a Lev Vygotskij, fino a Maria Montessori, hanno sottolineato come il gioco sia una forma di conoscenza attiva. Piaget lo definiva una tappa naturale dello sviluppo cognitivo, mentre Vygotskij ne evidenziava il ruolo nel potenziare il linguaggio e le funzioni cognitive superiori, grazie all’interazione con i pari e con l’adulto. Maria Montessori, invece, parlava di “lavoro del bambino”, riferendosi proprio al gioco come momento in cui il bambino si concentra, crea, ordina e sviluppa il proprio pensiero.
Il gioco non ha un’unica forma: si manifesta in molteplici modalità e ognuna di esse ha una funzione educativa specifica. Il gioco simbolico, in cui i bambini fingono di essere qualcun altro o immaginano situazioni, favorisce lo sviluppo del linguaggio, della creatività e dell’empatia. Il gioco motorio, che coinvolge il corpo, stimola coordinazione, equilibrio e consapevolezza dello spazio. Il gioco di regole, invece, introduce il bambino alla logica della convivenza, al rispetto delle norme, al turno, alla gestione della frustrazione e della vittoria o della sconfitta.
Per gli educatori, il gioco è anche uno strumento di osservazione prezioso: attraverso il modo in cui un bambino gioca si possono cogliere emozioni, difficoltà, talenti e modalità relazionali. Il gioco spontaneo, non strutturato, permette ai bambini di esprimere il proprio mondo interiore senza filtri.
In un’epoca in cui i ritmi scolastici sono sempre più intensi e il tempo libero spesso colonizzato dalla tecnologia, diventa fondamentale difendere e valorizzare il tempo del gioco. Gli ambienti educativi, dalla scuola dell’infanzia alla primaria, dovrebbero riservare spazi quotidiani al gioco, non come premio, ma come parte integrante del processo formativo.
È importante anche il ruolo dell’adulto, che non deve dirigere il gioco, ma creare le condizioni perché esso possa avvenire in sicurezza, con materiali stimolanti e in un clima di fiducia. L’adulto osserva, ascolta, accoglie, a volte partecipa, ma sempre nel rispetto dell’autonomia del bambino.
In conclusione, il gioco è molto più di un’attività ricreativa: è una modalità attraverso cui il bambino costruisce il proprio sapere, elabora le emozioni e sperimenta il mondo. Un’educazione che mette al centro il gioco è un’educazione che rispetta i tempi dell’infanzia, che valorizza l’unicità di ogni bambino e che promuove un apprendimento autentico, profondo e duraturo.
Fonti:
Maria Montessori – La scoperta del bambino
Psicologia e pedagogia. Volume unico di
Paolo Legrenzi, Rino Rumiati, Lorenzo Fulgenzi
https://www.stateofmind.it/2015/12/zona-di-sviluppo-prossimale/