Noi, il mare, il piacere. Accorgersi di ciò che siamo sicuri di sapere.

A cura del Dott. Edoardo Pesce

 

Ogni estate, milioni di persone ripetono lo stesso gesto: preparano la valigia, percorrono pochi o centinaia di chilometri e si ritrovano in mari isolati o affollati. Lo fanno con la naturalezza di chi compie un rito antico, come se l’umanità avesse sempre cercato le onde per rilassarsi, come se la spiaggia fosse da sempre il luogo della felicità. Eppure, se potessimo raccontare questo gesto a un europeo del Seicento, probabilmente ci guarderebbe con gli occhi sbarrati. Non perché per lui il mare fosse cosa nuova, ma perché non avrebbe mai pensato di andarci per piacere.

 

In un articolo pubblicato da Il Post, che racconta come sono nate le vacanze al mare, si tenta di ricostruire una storia tanto affascinante quanto controintuitiva. Per gran parte della storia occidentale, il mare era sinonimo di pericolo, abisso, catastrofe. Orazio e Seneca lo consideravano una forza antisociale. Nella Genesi, l’oceano è il grande vuoto. Shakespeare lo abitava di tempeste e naufragi. Lo storico Alain Corbin, nel suo L’invenzione del mare, documenta come il rapporto tra l’uomo e la spiaggia si sia capovolto solo nel Settecento, e non per un impulso spontaneo, ma per una ragione piuttosto curiosa: una prescrizione medica. Furono i dottori britannici a consigliare ai pazienti malinconici di immergersi in acque fredde e agitate, convinti che lo shock del bagno potesse scuotere un corpo intorpidito dalla tristezza. La spiaggia non nacque come luogo di piacere: nacque come luogo di cura. E da quella cura, lentamente, emerse l’abitudine, dall’abitudine il desiderio, dal desiderio lunghe file di lettini colorati.

 

Qualcosa di molto simile accadde con un’altra esperienza che oggi consideriamo ovvia: la meraviglia davanti alla bellezza della natura. Ci sembra del tutto normale salire su una montagna, affacciarci su un panorama e sentirci sopraffatti dalla sua grandezza. Ma anche questo sentimento ha una data di nascita. Prima che Edmund Burke, nel 1757, teorizzasse il concetto di sublime, le persone semplicemente non andavano in montagna per commuoversi. Le Alpi, per alcuni, erano più una scomodità che uno spettacolo da contemplare, e l’oceano più un pericolo che una poesia. Fu il Romanticismo a insegnarci che la natura poteva essere fonte di elevazione spirituale, che un tramonto poteva farci sentire piccoli e, proprio per questo, vivi. Prima di quel momento, quello sguardo non esisteva – non perché le montagne fossero diverse, ma perché avevamo occhi diversi per osservarle.

 

E allora viene da chiedersi: quante delle cose che sentiamo come naturali, spontanee, evidenti, sono in realtà il frutto di una storia che non ci hanno mai raccontato? Ciò che consideriamo “reale” – le nostre emozioni, le nostre certezze, il modo in cui descriviamo noi stessi e il mondo – non è un dato di natura che scopriamo, ma qualcosa che siamo stati noi, e chi prima di noi, a costruire. Detto in altri termini: in ogni epoca e in ogni luogo, certe storie su come vivere, cosa provare e cosa considerare bello o spaventoso sono diventate dominanti, mentre altre sono rimaste sullo sfondo. Il mare è stato racconto di terrore, poi di cura, poi di vacanza. Non è il mare ad essere cambiato: sono cambiate le storie che ci siamo raccontati su di lui.

 

Questo non significa che ciò che proviamo sia falso. Significa qualcosa di più sottile e, a mio avviso, più liberatorio: ogni emozione, ogni credenza, ogni modo di stare al mondo è una voce tra le tante possibili – una voce che, in un determinato momento e luogo, è diventata quella più forte, più condivisa, più meritevole di essere ascoltata.

 

Il valore più grande di questa consapevolezza è la possibilità di ripensare a ciò che diamo per scontato. Non solo nelle grandi narrazioni della storia, ma anche nei territori più intimi della nostra esperienza quotidiana: certi modi di sentirci, certe convinzioni su chi siamo o su come dovremmo stare, certi automatismi che ci sembrano scritti nella nostra natura. Se il piacere di fronte a un paesaggio può considerarsi inventato, se il mare come luogo di piacere è stato scoperto solo in un preciso momento storico, allora forse anche quel modo di sentirci tristi, inadeguati o bloccati non è l’unica possibilità. È una voce – forte, presente, a volte assordante – ma pur sempre una voce tra le altre disponibili. E se oggi troviamo nel mare il riscatto di un anno di fatiche, è perché, negli anni, abbiamo avuto il coraggio di ascoltare storie diverse.