Quanto sono importanti le nostre emozioni?

a cura della dott.ssa Vanessa Zoppello

“Quando guardo un tramonto e mi emoziono,
non mi domando a che velocità gira la terra o a che
distanza è il sole o quanto sono grandi… Amo quel
momento. Punto. Non c’è da capire, c’è da amare.”
Fabio Volo

Nella pratica clinica un punto di partenza per l’osservazione del funzionamento di una persona si basa sulla comprensione di come la stessa si relaziona alle proprie emozioni. Ciò che però emerge è che vi è confusione in merito a ciò che sono e a cosa si intende con il termine “emozioni”. Non si può dare per scontato che una persona sappia dare un nome e distinguere ciò che sta provando, perché spesso ciò che si sente viene confuso, non decifrato, limitato o non ascoltato. Questo in quanto via è una tendenza a iper-razionalizzare usando molte energie della propria vita per non sentire qualcosa che potrebbe in qualche modo destabilizzare la persona con l’aspettativa di poter “funzionare” in modo più efficace. Si è talmente tanto abituati a essere presi dal “fare” in una vita frenetica che resta poco spazio per il “sentire” e ci si abitua a non ascoltarsi, riducendo l’apparato emotivo a qualcosa da silenziare.


Questa modalità di relazione con le proprie emozioni è qualcosa che si costruisce fin da bambini in quanto il modo con cui si insegna ad un bambino ad avvicinarsi a ciò che sta provando diventerà poi uno schema di azione per ciò che proverà da grande. Ad esempio, se ad un bambino si insegna che non deve piangere e deve essere forte lo stesso imparerà che il pianto (derivante dalla tristezza) è qualcosa che non va bene e cercherà sempre di reprimere quella sensazione. In tal senso si offre un modo di leggere le emozioni che andrà a sancire una repressione della tristezza come qualcosa di cattivo e che non va bene, il tutto mediato dalla razionalità. Vi è da sottolineare che seppur la razionalità possa tornare utile alla lettura e alla comprensione di una situazione difficile per la persona, non sarà bastevole in quanto le sensazioni fisiche non sono facilmente governabili. Si pone un altro esempio: se una persona viene derubata può accadere che in seguito percepisca ogni persona che si avvicina a lei come pericolosa, attivando inconsciamente tachicardia, sudorazione ecc. Tali sintomi sono riconducibili ad una reazione di attacco o fuga che si attiva proprio dalla percezione di un pericolo che deriva da una emozione: la paura. In questa circostanza per quanto si cerchi di spiegare alla persona con elementi oggettivi e ottime teorie che quanto prova non è razionale, non si avrà nessun effetto se non un aumento della concentrazione della persona sulla razionalizzazione. Tale movimento non agirà però sulle sensazioni fisiologiche
che si attivano inconsciamente dinanzi alla percezione di pericolo e dalla paura. Questo accade in quanto gli aspetti razionali risultano molto rilevanti per la comprensione della realtà e l’organizzazione della vita di ogni persona ma il potere degli stessi risulta ostacolato da emozioni e sensazioni fisiche che non possono essere modificate con le parole.

Cosa sono le emozioni?

Le emozioni vengono definite come un processo costituito da più componenti che evolvono attraverso il tempo di vita della persona, in tal senso non restano immutati e si sviluppano anche in funzione delle esperienze che la persona vive. Per questo aspetto è maggiormente adeguato definirli come esperienze emotive in quanto non sono mai statiche e identiche, ma vengono sperimentate in modo diverso dalle persone.
L’emozione risulta mediata dal sistema sottocorticale e limbico che spiega il motivo per cui gli stati emotivi non sempre assumono significato psicologico attraverso processi di elaborazione simbolica e mentale a livello neocorticale. Per questo alcune sensazioni fisiche che percepiamo in una determinata situazione e contesto non assumo per noi significato e valore simbolico che portano alla comprensione di quello specifico stato di attivazione. È fondamentale sottolineare che parte dell’esperienza emotiva è anche un antecedente emotigeno che la innesca; gli antecendenti emotigeni possono essere di varia natura, compresi gli eventi interni, come ad esempio un ricordo, un pensiero o un’immagine mentale. La mancanza della significazione a livello noecorticale può portare alla difficoltà di riconoscimento dell’elemento di innesco di tale emozione rendendo vano l’intervento della razionalità.
L’”apparato emotivo” risulta perciò qualcosa di innato che aiuta l’uomo, anche a livello inconscio,
a muoversi in sicurezza nel mondo.

Che funzione hanno?
È chiaro che a questo punto possa sorgere la domanda “ma cosa me ne faccio delle emozioni?” ed è qui che si gioca la partita. Le emozioni fin dall’evoluzione dell’uomo hanno avuto il ruolo di indicatori rispetto ad una situazione o a un contesto. Le emozioni principali sono: Paura, Tristezza, Disgusto, Gioia e Rabbia.
La paura, ad esempio, fin dai nostri antenati è servita all’uomo per attivare la risposta di attacco o fuga e mettersi così in salvo da animali che avrebbero potuto ucciderli. Attualmente la paura risulta il campanello di allarme per allontanarsi da situazioni sociali e non che possono mettere in posizione di pericolo, fungendo da bussola che se repressa non consentirebbe di orientarsi al meglio e di metterci in pericolo. La tristezza viene spesso vista come un’emozione negativa perché confusa e accomunata alla depressione. Si rivela in realtà è legata alla perdita di qualcosa o di qualcuno che arreca dolore, offrendo il tempo di ritirarsi per riflettere su quanto perduto. Le energie della persona si abbassano e concentrano sull’abbassamento dell’umore per mantenere l’integrità in quello stato che si pone come transitivo. La rabbia viene comunemente associata alla violenza che può porsi come una conseguenza, si riferisce in realtà ad un movimento interno e più intimo. Segnala, infatti, un torto subito o una mancanza di rispetto, di attenzione e aiuta la persona a comprendere la posizione in cui si trova e che qualcosa non va bene. Attraverso tale comprensione e tale sensazione la persona potrà agire per difendere e rivendicare i suoi diritti. Il disgusto consente fin da quando si è piccoli di allontanarsi da qualcosa di fisicamente o moralmente negativo per ognuno che può portare la persona a sperimentare sensazioni fisiche molto sgradevoli proprio per portare il corpo ad allontanarsi dallo stimolo. La gioia, vista come positiva al punto da concepirla come uno stato a cui arrivare, si prova quando si è soddisfatti e si sta bene. Come tutte le emozioni si tratta di uno stato che porta la persona a sentirsi al massimo del benessere ma proprio come il suo opposto, ovvero la tristezza, non può durare per sempre. La caratteristica di tale emozione è la messa in moto di azioni che la persona pensa possano mantenere tale stato di gioia il più a lungo possibile.
Se le emozioni ci portano a questi benefici, perché cerchiamo di silenziarle?

La paura di sentire
L’essere umano teme di sentire quello che prova. Riprendendo quanto detto in apertura le emozioni possono destabilizzare l’equilibrio e interrompere un certo tipo di funzionamento.
Prendendo ad esempio il dolore, socialmente visto come negativo, l’individuo nel corso del suo sviluppo apprende la necessità di nascondere tale stato perché non visto bene. Soprattutto quando il dolore è molto forte e non si può esprimere per il contesto giudicante in cui si è, possono innescarsi delle modalità difensive dell’io (chiamati meccanismi di difesa) che consentono alla persona di far fronte alla situazione. Tra questi si può citare la negazione come negazione della realtà, fingendo che la situazione che arreca molto dolore non si reale (es. si nega l’amore provato una volta terminato l’amore). Tutto questo porta la persona ad allontanarsi dalla sua emozione portando con sé una certa paura di sentire l’emozione se per molto tempo si è innescato uno schema che la nega. Queste “fortezze” durano fino ad un certo punto perché la persona potrà scontrarsi con degli eventi della vita che mettono in crisi quella modalità difensiva. La paura di sentire, di sentirsi, crea un blocco comunicativo tra la parte più emotiva, quella razionale e quella fisica: questo in quanto le emozioni agiscono sotto traccia attraverso l’attivazione fisiologica.

Riconnettersi con sé stessi, stare negli stati emotivi, stare con sé stessi è ciò che può portare una
persona a vivere meglio le varie situazioni. Tutte le emozioni servono ad orientarsi nella vita, dicendoci cosa ci piace e cosa no ad esempio, cosa ci fa bene e cosa male e per difenderci. La paura di lasciarsi andare al nostro “apparato emotivo” è spesso influenzato dalla società che in qualche modo ci influenza rispetto a come dovremmo essere e bloccandoci. Imparare ad ascoltarsi e riconoscere i propri stati emotivi è il miglior regalo che una persona possa farsi per tornare a vivere senza silenziatore e vedendo il mondo con tutti i colori da cui è composto.

Bibliografia
Paura di sentire, Michele Giannantonio 2021, Erikson.
Le emozioni che rendono forti, Paolo PAlvarini 2019 alpes.